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De.licio.us

Ordine (e disordine) della stampa

di (06/10/2006 - 17:37)

Complimenti a Gaetano Caltagirone (proprietario del Messaggero e non solo), ma anche, in subordine, a Carlo De Benedetti (la Repubblica, l’Espresso e dintorni). Giusto per rendere più facile il dialogo tra editori e sindacato dei giornalisti si sono inventate due iniziative, e pessime. Al Messaggero hanno utilizzato una discutibilissima sentenza della Cassazione per licenziare una giornalista che lavorava in redazione senza essere iscritta all’Ordine dei Giornalisti. Dissero i giudici, e a Caltagirone non parve vero,  che “il lavoro giornalistico con la qualifica di redattore ordinario può essere riconosciuto esclusivamente ai giornalisti iscritti nell'elenco dei professionisti”. Capita dunque che a una  gli editori non concedono l’assunzione come praticante, ma la usano come giornalista vera e che quando viene chiesta una normale messa in regola, arrivi il licenziamento. Al Messaggero è il terzo caso in pochi mesi. Lo stipendio da versare alla collega è inferiore alle somme che Caltagirone ha versato al partito del genero  Pierferdinando Casini, come documentato dall’inchiesta di Rai3 Report del primo ottobre.

La sentenza della Cassazione ne annulla una precedente del giudice del, favorevole alla giornalista, e conferma l’inutilità, e in questo caso persino la dannosità dell’Ordine, dato che l’appartenzenza/non appartenenza diventa alibi per licenziamenti livorosi. L’Ordine esisterebbe, in origine, per tutelare un bene  costituzionale importante, l’informazione pubblica. Non è più così da tempo e la scandalosa quasi assoluzione del giornalista spione Betulla da parte dell’Ordine di Milano (12 mesi di sospensione anziché la regolamentare e dovuta radiazione) ci rafforza in questa convinzione: l’Ordine si trasforma in disordine civile, in danno a tutti, lettori e giornalisti.

L’ingegner De Benedetti merita la critica per aver tollerato, come presidente dell’editoriale l’Espresso, il trucchetto messo in atto dai suoi amministrativi: per ridurre l’impatto degli scioperi, la Repubblica è stata gonfiata di pagine, di modo che potesse ospitare le pubblicità che rischiavano di saltare per lo sciopero. Questo è il motivo per cui quel giornale non era in edicola nemmeno ieri: dopo due avvisi del comitato di redazione, la proprietà ha rivendicato la sua autonomia d’impresa, anche se il contratto nazionale proibisce di modificare l’organizzazione del lavoro in occasione degli scioperi.

Se Caltagirone non stupisce, De Benedetti invece sì. Quel gruppo che si distingue per battaglie civili avrebbe un’altra strada per tenersi tutta la sua pubblictà: può rompere il fronte della Fieg e proporre al sindacato un contratto separato. Negli uffici del gruppo qualcuno potrebbe aprire un foglio Excel e provare una simulazione di una tale operazione. Starebbe al sindacato accettare o rifiutare, ma il gesto politico sarebbe rilevante, un gesto di autonomia da un’associazione industriale che così ha motivato il suo rifiuto di riprendere le trattative: “L’editoria – e in particolare quella della carta stampata che dà lavoro alla grande maggioranza dei giornalisti italiani – si confronta con interrogativi e sfide di carattere epocale sui contenuti, sui formati, sulle convergenze con altri media, sulla pubblicità, sulla distribuzione. La flessibilità e il costo del lavoro sono elementi essenziali di qualsiasi nuova strategia di settore e vanno visti in quest’ottica”.

Qui balza agli occhi una vistosa carenza di analisi: mentre le tecnologie rendono tutto meno costoso, così non è per la risorsa conoscenza di cui dispongono soprattutto gli umani, iscritti all’Ordine oppure no. Prima che Vincenzo Colao venisse spinto alle dimissioni dal Gruppo Rcs da Tronchetti Provera, Montezemolo e Caltagiroine, era solito dire che il valore del gruppo Corriere della Sera stava in quel di più che ci mettevano i giornalisti e che le tecnologie non potevano sostituire. Tutto ciò resta vero, e lo sarà sempre di più. Per questo la pretesa che le intelligenze stiano in un Ordine, quando invece sono felicemente sparpagliate e diffuse, è antistorica. Come lo è, al contrario, la pretesa di utilizzarle senza alcuna copertura sindacale, ma con tanto di appropriazione sempiterna del copyright.

Franco Carlini

 

 

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