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I nuovi schiavi del mercato globale

di (24/09/2006 - 09:12)

di Eugenio Scalfari

(..) Fa spicco in questo dibattito l’intervento di Fausto Bertinotti pubblicato il 13 settembre con il titolo: «Il ruolo del socialismo nella società ingiusta» ed è delle sue tesi che voglio oggi occuparmi perché pongono con chiarezza alcuni temi di fondo. Sono:

  • le disuguaglianze indotte dalla modernizzazione della società,
  • la precarietà del lavoro come connotato non episodico ma permanente del nuovo capitalismo,
  • il monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica,
  • l’impresa come mito totalizzante della cultura economica.
  • Infine le forme attuali di una vera e propria schiavitù che si stanno manifestando in molte parti del pianeta, sia in paesi emergenti sia in paesi declinanti sia perfino in paesi opulenti che appartengono al «primo mondo», l’Occidente europeo e nord americano.

(..) Personalmente condivido alcune delle riflessioni di Bertinotti. Altre mi sembrano sbagliate. Dirò quali. (…)

È vero che la cultura d’impresa è diventata dominante riducendo il lavoro a variabile dipendente. Rendendo la precarietà un elemento del sistema e la conoscenza appannaggio di pochi e quindi puntello del potere.
Anche questi, come la disuguaglianza, sono fenomeni esistenti da sempre ma resi intollerabili dalla globalizzazione. La loro causa sta nella necessità di accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del capitalismo ma della scarsità di risorse. Essa impone che vi sia una differenza tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata. Impone che una parte sia risparmiata, accumulata e investita per accrescere la base produttiva. Lo schiavismo è servito a questo così come il risparmio forzato e il risparmio spontaneo incoraggiato da appropriati livelli del tasso di interesse.
Certo in teoria è possibile scegliere una variabile dipendente diversa dal lavoro. Per esempio modificando la struttura del potere d’acquisto. Se anziché disuguale il potere d’acquisto fosse il medesimo per ogni soggetto, la struttura dei prezzi e della domanda di beni e servizi registrerebbe mutamenti radicali; di conseguenza anche l’offerta dovrebbe modificarsi e avremmo una società profondamente diversa in termini economici.
Questo tentativo è stato fatto nei paesi del socialismo cosiddetto reale. In parte è stato fatto anche in paesi opulenti in tempo di guerra, con la limitazione forzosa del consumo di beni scarsi, razionati in modo equanime ed uguale per tutti. Meccanismi siffatti comportano la limitazione della libertà, accettabile in periodi di transitoria emergenza ma non accettabili come situazioni permanenti e definitive.

Dove portano queste constatazioni? Esattamente all’accettazione del riformismo, cioè alla gradualità da usare per temperare l’avverarsi di processi comunque inevitabili. L’uscita dal capitalismo è una bubbola – mi spiace dirlo a Bertinotti – come sarebbe una bubbola predicare l’uscita dal lavoro, la promessa del paradiso in terra che la chiesa comunista ha prospettato e mai mantenuto. Non già e non soltanto per la cattiveria o l’insipienza di Stalin e di Lenin, ma perché il paradiso in terra è un sogno di salvezza terrena e di quiete che non si accorda con il flusso della vita, così come il paradiso nei cieli si può vagheggiare solo come quiete e beatitudine riservata alle anime una volta che siano uscite dai corpi trasmigrando in luoghi che non sono luoghi e in tempi che non hanno più la funzione del tempo.

(..) 24 settembre 2006

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