Ciao sono 
Vedi il mio profilo


Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

Il ruolo del socialismo nella società ingiusta

di (13/09/2006 - 09:08)

di FAUSTO BERTINOTTI

(..) Ritorna cioè una tentazione del capitalismo a ricondurre tutto dentro di sé, ritorna una sua vocazione totalizzante. L'economia della conoscenza costituisce il tetto di questa costruzione, un tetto che è destinato a retroagire condizionando, nel futuro che già si prepara, l'intero edificio sociale. Andrè Gorz nel suo recente "L'immateriale" ci aiuta a capire di che si tratta. Il passaggio è indubbiamente rilevante: si delinea una nuova tappa nella storia del rapporto tra il lavoro, l'economia e la società. Quella conoscenza che nella fase del macchinismo si presentava separata dagli esecutori e incorporata invece nelle macchine e nella gerarchia, si presenta ora come un bene diffuso nella popolazione lavorativa e nella società. È ben vero che la conoscenza non è il saper fare, non è l'intelligenza dell'esperienza e tuttavia essa attinge a questi serbatoi e si rende molteplice, ambigua e sfuggente.

Si viene configurando così una potenzialità liberatoria del-dal lavoro e di erosione delle basi materiali e culturali della privatizzazione della ricchezza prodotta. Il prodotto del lavoro potrebbe presentarsi non più così separato dai lavoratori, mentre la fonte della ricchezza e la ricchezza stessa si avvicinerebbero. Marcello Cini ha documentato con grande rigore analitico come, invece, avvenga il contrario, come , cioè , l'economia della conoscenza si accompagni ad una acutizzazione estrema delle disuguaglianze. È proprio con l'avvento dell'economia immateriale che ha preso corpo una specie di Kombinat politico-finanziario, un'oligarchia mondiale che governa pressoché l'intero movimento dei capitali, che ne sospinge la gran parte del risparmio raccolto sull'intera scala mondiale verso la potenza imperiale e in direzione di una sua allocazione tesa al profitto più alto e immediato e perciò indifferente alle conseguenze che determina nel rapporto tra povertà e ricchezza, sulla natura, sull'uomo, sulla civiltà. Esse dovrebbero essere ridotte a pure variabili dipendenti della competitività.

Ma così matura una crisi di civiltà, così si costruisce la scena in cui prendono corpo guerra e terrorismo, mentre all'interno dell'economia della conoscenza il monopolio e le barriere all'accesso sono erette a difesa del privilegio, del potere e dunque al rafforzamento dell'ineguaglianze con tanta maggiore durezza quanto maggiore è l'insidia che il ricorso alla conoscenza, come fattore di produzione, porta all'accumulazione privata.

Tanto meno diventa giustificabile la contraddizione tra la messa all'opera di una risorsa generale non riconducibile ad un valore di scambio e la natura privata del suo sfruttamento, tanto più essa deve essere riprodotta artificialmente, cioè attraverso la politica. Ma in un sistema che vive perdendo progressivamente ogni giustificazione, e quindi consenso attivo, c'è tutto il rischio del nostro tempo.

Chi si richiama al socialismo farebbe bene oggi a ripartire dalla rilettura di "Sul concetto di storia" di Walter Benjamin. Capisco che ci si possa interrogare sulla componente messianica di quella interpretazione della storia, ma non capisco come una cultura del cambiamento possa ignorare il rischio di catastrofe che si inscrive in una modernizzazione siffatta. Sembrano invece avvertirlo solo delle ricerche che si muovono dentro ispirazioni religiose che spesso, tuttavia, replicano al pericolo con una drammatica pulsione integrista e persino fondamentalista. Invece no, nel capitalismo della globalizzazione e della conoscenza c'è inscritto in primo luogo un "dipende". Esso è aperto ad una corsa verso una sorta di pan-capitalismo ma anche, al contrario, verso una fuoriuscita da esso.
Il "dipende" non è ascrivibile alla sola sfera del politico, ma si colloca in un determinato rapporto tra i processi economico-sociali, il formarsi in essi di soggetti protagonisti della storia futura e la costruzione di una volontà politica capace di cogliere la natura più profonda della contesa. La ricerca di quel determinato rapporto che dà luogo alla trasformazione è il compito oggi della grande politica. Se abdica a questo il socialismo si eclissa, ma temo con esso anche la civiltà.

Se
la natura dei processi attuali è quella indicata, allora il tema del socialismo, ben oltre l'eredità pur importante della sua storia europea, è oggi quella del cambio del paradigma dell'organizzazione dell'economia e della società. È quello, si può dire, del socialismo come liberazione. L'immissione nel dibattito meritoriamente avviato, di questo diverso punto di vista, non pretende di costituirsi in un nuovo monopolio dell'idea di socialismo, nella rivendicazione di un'esclusiva, ma allarga il campo della ricerca e lo sospinge verso il confronto fra tutte le definizioni possibili di socialismo, verso il confronto sulle cause di sistema delle ingiustizie e delle ineguaglianze al fine di poterle combattere realmente.

Confida, questa tesi, di mostrare che coesistono nella modernizzazione sia le basi di una nuova storia di oppressioni e di spoliazioni (con il rischio della catastrofe), che i germi di una possibile fuoriuscita. Questo perché come dice Gorz: "L'economicizzazione di tutte le attività e di tutte le ricchezze diventa distruttrice di senso, impoverisce i rapporti sociali, degrada l'ambiente urbano e quello naturale, genera esternalità negative di cui il sistema non può nè vuole valutare il costo. Il legame tra 'più' e 'meglio', tra 'valorè (nel senso economico) e 'ricchezzà si rompe". Ma allora può tornare a valere la profezia dei Grundrisse: "Che cosa è [la ricchezza] se non il pieno sviluppo del dominio dell'uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l'estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato?". La profezia del socialismo della liberazione.


Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)