Il ruolo del socialismo nella società ingiusta
di (13/09/2006 - 09:08)
di FAUSTO BERTINOTTI
Si viene configurando così una potenzialità liberatoria del-dal lavoro e di erosione delle basi materiali e culturali della privatizzazione della ricchezza prodotta. Il prodotto del lavoro potrebbe presentarsi non più così separato dai lavoratori, mentre la fonte della ricchezza e la ricchezza stessa si avvicinerebbero.
Ma così matura una crisi di civiltà, così si costruisce la scena in cui prendono corpo guerra e terrorismo, mentre all'interno dell'economia della conoscenza il monopolio e le barriere all'accesso sono erette a difesa del privilegio, del potere e dunque al rafforzamento dell'ineguaglianze con tanta maggiore durezza quanto maggiore è l'insidia che il ricorso alla conoscenza, come fattore di produzione, porta all'accumulazione privata.
Tanto meno diventa giustificabile la contraddizione tra la messa all'opera di una risorsa generale non riconducibile ad un valore di scambio e la natura privata del suo sfruttamento, tanto più essa deve essere riprodotta artificialmente, cioè attraverso
Chi si richiama al socialismo farebbe bene oggi a ripartire dalla rilettura di "Sul concetto di storia" di Walter Benjamin. Capisco che ci si possa interrogare sulla componente messianica di quella interpretazione della storia, ma non capisco come una cultura del cambiamento possa ignorare il rischio di catastrofe che si inscrive in una modernizzazione siffatta. Sembrano invece avvertirlo solo delle ricerche che si muovono dentro ispirazioni religiose che spesso, tuttavia, replicano al pericolo con una drammatica pulsione integrista e persino fondamentalista. Invece no, nel capitalismo della globalizzazione e della conoscenza c'è inscritto in primo luogo un "dipende". Esso è aperto ad una corsa verso una sorta di pan-capitalismo ma anche, al contrario, verso una fuoriuscita da esso.
Il "dipende" non è ascrivibile alla sola sfera del politico, ma si colloca in un determinato rapporto tra i processi economico-sociali, il formarsi in essi di soggetti protagonisti della storia futura e la costruzione di una volontà politica capace di cogliere la natura più profonda della contesa. La ricerca di quel determinato rapporto che dà luogo alla trasformazione è il compito oggi della grande politica. Se abdica a questo il socialismo si eclissa, ma temo con esso anche
Se
Confida, questa tesi, di mostrare che coesistono nella modernizzazione sia le basi di una nuova storia di oppressioni e di spoliazioni (con il rischio della catastrofe), che i germi di una possibile fuoriuscita. Questo perché come dice Gorz: "L'economicizzazione di tutte le attività e di tutte le ricchezze diventa distruttrice di senso, impoverisce i rapporti sociali, degrada l'ambiente urbano e quello naturale, genera esternalità negative di cui il sistema non può nè vuole valutare il costo. Il legame tra 'più' e 'meglio', tra 'valorè (nel senso economico) e 'ricchezzà si rompe". Ma allora può tornare a valere la profezia dei Grundrisse: "Che cosa è [la ricchezza] se non il pieno sviluppo del dominio dell'uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l'estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato?". La profezia del socialismo della liberazione.
Vota questo post
Voto:





Ultimi commenti