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Psychedelic Computing

di (05/08/2006 - 11:00)

Il personal computer diventò famoso 25 anni fa, grazie alla Ibm, ma le sue radici culturali e tecniche sono nelle culture alternative e libertarie degli anni ’60. In California ovviamente, luogo di viaggi, di movimenti e di generosi tecnohippies

A ben pensarci è davvero curioso: il computer e la rete Internet si svilupparono negli stessi anni e negli stessi luoghi. Gli anni sono la fine dei mitici ’60, il luogo è la California, anzi la Bay Area di San Francisco dove esplodono felicemente le culture alternative, pacifiste e libertarie. Uno dei più noti giornalisti dell’epoca digitale, John Markoff, del New York Times, ha ricostruito quegli anni e qui personaggi in un libro pubblicato l’anno scorso: «What the Dormouse Said: How the 60s Counterculture Shaped the Personal Computer». La tesi è che sia sbagliato narrare le origini del personal computare cominciando solo dagli anni ’70, e cioè dal garage della Apple, oppure dalle ricerche del laboratori della Xerox a Palo Alto. Le idee che generarono il personal computer e l’internet sono invece il prodotto del decennio precedente e in particolare della cultura alternativa di quei giovani. Altri testi hanno già raccontato questa storia e tra tutti, vecchio ma attualissimo, quello di Steven Levy, «Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica» (edizioni Shake).

La prima cosa singolare è il passaggio della frontiera digitale dalla Costa dell’Est a quella dell’Ovest, ovvero dal Mit di Boston a quella che oggi è chiamata Silicon Valley. All’Est c’erano le grandi corporation dell’informatica, Ibm prima di tutte, e le nuove imprese dei mini computer, nella Route 128, un mondo ingegneristico e ordinato, serio e metodico. Ma all’Ovest zampillavano idee nuove e persino stravaganti.

Ce lo ricorda un articolo pubblicato nel 1995 da Time. «We Owe It All To The Hippies» ossia «Dobbiamo tutto agli Hippies» (http://technohippie.com/archives/stewartbrand.html). L’autore, Stewart Brand, è uno dei protagonisti e diceva: «Dimenticate le proteste contro la guerra, Woodstock e i capelli lunghi. La vera eredità della generazione degli anni ’60 è la rivoluzione del computer». Brand fu il fondatore nel 1968 di una generosa pubblicazione, una sorta di annuario del mondo, il Whole Earth Catalog. Lo scopo era di fornire strumenti di accesso, sì che il lettore «possa trovare la sua ispirazione, forgiare il suo ambiente e condividere le sue avventure con chiunque altro sia interessato». Un catalogo appunto, una zibaldone cartaceo, molto curato ma molto selettivo, una sorta di motore di ricerca cartaceo. Più tardi, nel 1985, avrebbe aperto a Sausalito, lì di fronte a San Francisco, la prima e tuttora esistente comunità virtuale online, The Well. Il web con le sue pagine ipertestuali e colorate non c’era ancora ma l’internet sì.

E come dimenticare il laboratorio per la crescita dell’intelligenza umana (Augmentation Research Center) creato da Doug Engelbart a metà degli anni ’60 presso lo Sri, Stanford Research Institute? L’idea era già quella di un personal computer e di una rete globale di ipertesti, navigabile agevolmente con delle interfacce grafiche a alta risoluzione. Da ex radarista della seconda guerra mondiale, Doug era abituato ad apprezzare le informazioni sul monitor e la possibilità di interagire con esse. E infatti fu lui, già nel 1968, a realizzare il primo oggetto di puntamento di immagini sullo schermo: uno scatolino di legno di pino con quattro rotelle; ognuna collegata a una resistenza variabile, trasformavano il movimento sul tavolo in azione del cursore sullo schermo. Era il mouse.

Ma un ricordo speciale va obbligatoriamente a un personaggio tra i meno noti (per lui non c’è nemmeno una voce dedicata sull’enciclopedia Wikipedia). Si chiamava Fred Moore e a lui, militante pacifista, si devono le prime proteste contro il reclutamento obbligatorio nelle università. Stiamo parlando del 1959, a Berkeley, dove condusse un solitario e clamoroso sciopero della fame davanti alla Sproul Hall, l’edificio centrale dell’università. Lì, quattro anni dopo, sarebbe scoppiato il Free Speech Movement guidato dallo studente  Mario Savio e con la giovanissima Joan Baez che cantava con loro. Nel 1969 ci sarebbero stati i sit in contro la guerra del Vietnam e nel 2003 le grandi proteste contro la guerra in Iraq. Ma cosa c’entra Fred Moore con i computer?

Moore tornerà a San Francisco una quindicina di anni dopo, quando l’eccitazione per i primi microcomputer è all’apice. Sarà allora uno dei fondatori dell’Homebrew Computer Club, gruppo di appassionati e di libertari che erano insieme amanti dei bit e un po’ anarchici e populisti, nel senso che pensavano che democrazia e pace si sarebbero sviluppati diffondendo la cultura digitale e i computer tra il popolo. Condivisione delle idee e delle passioni, per questo Moore lavorava, anticipando lo sharing oggi così diffuso nell’internet. Il successo anche economico avrebbe premiato molti di loro, come Wozniach e Jobs della Apple il quale peraltro, anche di recente, nulla ha rinnegato del suo viaggio in India e nemmeno dell’esperienza psichedelica a base di Lsd, sua e di una generazione. Moore comunque non era uomo del business: Inquieto riprese a girare per il mondo, realizzò anche un modello di stufa ecologica destinata all’Africa. Se ne andò troppo giovane nel 1977 in un incidente stradale.

 F.C.

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