Psychedelic Computing
La prima cosa singolare è il passaggio della frontiera digitale dalla Costa dell’Est a quella dell’Ovest, ovvero dal Mit di Boston a quella che oggi è chiamata Silicon Valley. All’Est c’erano le grandi corporation dell’informatica, Ibm prima di tutte, e le nuove imprese dei mini computer, nella Route 128, un mondo ingegneristico e ordinato, serio e metodico. Ma all’Ovest zampillavano idee nuove e persino stravaganti.
Ce lo ricorda un articolo pubblicato nel 1995 da Time. «We Owe It All To The Hippies» ossia «Dobbiamo tutto agli Hippies» (http://technohippie.com/archives/stewartbrand.html). L’autore, Stewart Brand, è uno dei protagonisti e diceva: «Dimenticate le proteste contro la guerra, Woodstock e i capelli lunghi. La vera eredità della generazione degli anni ’60 è la rivoluzione del computer». Brand fu il fondatore nel 1968 di una generosa pubblicazione, una sorta di annuario del mondo, il Whole Earth Catalog. Lo scopo era di fornire strumenti di accesso, sì che il lettore «possa trovare la sua ispirazione, forgiare il suo ambiente e condividere le sue avventure con chiunque altro sia interessato». Un catalogo appunto, una zibaldone cartaceo, molto curato ma molto selettivo, una sorta di motore di ricerca cartaceo. Più tardi, nel 1985, avrebbe aperto a Sausalito, lì di fronte a San Francisco, la prima e tuttora esistente comunità virtuale online, The Well. Il web con le sue pagine ipertestuali e colorate non c’era ancora ma l’internet sì.
E come dimenticare il laboratorio per la crescita dell’intelligenza umana (Augmentation Research Center) creato da Doug Engelbart a metà degli anni ’60 presso lo Sri, Stanford Research Institute? L’idea era già quella di un personal computer e di una rete globale di ipertesti, navigabile agevolmente con delle interfacce grafiche a alta risoluzione. Da ex radarista della seconda guerra mondiale, Doug era abituato ad apprezzare le informazioni sul monitor e la possibilità di interagire con esse. E infatti fu lui, già nel 1968, a realizzare il primo oggetto di puntamento di immagini sullo schermo: uno scatolino di legno di pino con quattro rotelle; ognuna collegata a una resistenza variabile, trasformavano il movimento sul tavolo in azione del cursore sullo schermo. Era il mouse.
Ma un ricordo speciale va obbligatoriamente a un personaggio tra i meno noti (per lui non c’è nemmeno una voce dedicata sull’enciclopedia Wikipedia). Si chiamava Fred Moore e a lui, militante pacifista, si devono le prime proteste contro il reclutamento obbligatorio nelle università. Stiamo parlando del
Moore tornerà a San Francisco una quindicina di anni dopo, quando l’eccitazione per i primi microcomputer è all’apice. Sarà allora uno dei fondatori dell’Homebrew Computer Club, gruppo di appassionati e di libertari che erano insieme amanti dei bit e un po’ anarchici e populisti, nel senso che pensavano che democrazia e pace si sarebbero sviluppati diffondendo la cultura digitale e i computer tra il popolo. Condivisione delle idee e delle passioni, per questo Moore lavorava, anticipando lo sharing oggi così diffuso nell’internet. Il successo anche economico avrebbe premiato molti di loro, come Wozniach e Jobs della Apple il quale peraltro, anche di recente, nulla ha rinnegato del suo viaggio in India e nemmeno dell’esperienza psichedelica a base di Lsd, sua e di una generazione. Moore comunque non era uomo del business: Inquieto riprese a girare per il mondo, realizzò anche un modello di stufa ecologica destinata all’Africa. Se ne andò troppo giovane nel
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