editoriale / Dalle Ande alle Alpi, basta una parola
Quechua: chiedete a un ragazzino d'oggi di che cosa si tratti e facilmente vi risponderà che è una marca di abbigliamento sportivo. Molti racconteranno anche di aver visto uno spot televisivo in cui una tendina viene lanciata in aria e voilà, si apre completa in 2 secondi. La società in questione ha sede ai piedi del monte Bianco e produce scarpe, zaini, sacchi a pelo, di tutto un po' per l'alpinismo, l'arrampicata e lo snowboard. Come altre aziende di sport, tipo Billabong, Patagonia, Napapijri, hanno scelto un nome evocativo e il brand, si sa, spesso è già la metà dell'opera.
Tutto bene? Ma Quechua non era forse, e prima, il nome storico di un linguaggio del Perù fin dal 2600 avanti Cristo? Non era il parlato ufficiale degli Inca di Cusco? Non è tuttora una lingua, parente della lingua Aymara, con cui condivide un terzo del vocabolario? Al Quechua siamo debitori di molte parole entrate nella lingua comune di tutto il mondo, come coca, condor, guano, llama, pampa. Tuttora è lingua ufficiale in Peru e Bolivia, malgrado la prevalenza dello spagnolo, ma è diffusa anche in Argentina, Brasile, Ecuador, Cile. Insomma un patrimonio culturale dell'umanità, che oltre a tutto non ha nulla a che fare con le Alpi né con lo snowboard. Semplicemente suonava bene e brand è diventato, debitamente registrato, sì che se un legittimo parlante Quechua volesse registrare il dominio Internet www.quechua.com gli sarebbe impedito essendo già registrato. Per fortuna invece esiste, e prospera, www.quechuanetwork.org, organizzazione non profit dedicata alla cultura andina, che offre anche un ottimo dizionario inglese-quechua-inglese. Altrettanto impossibile sarebbe per un'azienda artigiana peruviana vendere dei poncho da montagna con su
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